#2: APOCALISSI DOMESTICHE
Editoriale
2.1. Eᴅɪᴛᴏʀɪᴀʟᴇ. Apocalissi domestiche
Come ci ricordano lз nostrз amicз di Antilogia: controdiscorsi per la fine del mondo, non serve l’arrivo dei cavalieri per chiamarla apocalisse: basta il suono di un timer da forno che annuncia la cottura perfetta del controllo sociale. Psicofarmaci erogati solo su registrazione biometrica, amore misurato a colpi di scontrino.
Il mondo non finisce in una deflagrazione: si dissolve nei nostri spazi più piccoli, nei gesti che ci sembrano neutri. L’apocalisse è già in cucina.
Le nostre apocalissi sono domestiche perché non esplodono: si diffondono. Si depositano come polvere negli interstizi della cucina, si nascondono nei cassetti delle scrivanie, parlano la lingua dei contratti d’affitto e dei regolamenti condominiali. Arrivano senza sirene: attraverso il lessico della sicurezza, la grammatica del benessere, le notifiche.
Ogni stanza che abitiamo è già un fronte di guerra a bassa intensità.
Un corridoio è un checkpoint, un letto è una prigione – bedrotting –, la doccia è una camera di sanificazione del sé.
Si consuma la fine del mondo. Il salotto è già zona rossa.
In Due ministrз disforicз. Diario clinico di una governance transfobica la casa diventa l’ambulatorio, la camera d’ospedale, il file Excel ministeriale. E il corpo trans, un oggetto da schedare, una pratica da inoltrare, un caso clinico da “trattare” secondo protocolli. Apocalisse di cartellini e bollini, timbri digitali e password, diagnosi obbligatorie e comitati etici spacciati per cura. Una fine che non fa rumore se non nei tasti di un archivio centrale o il blaterare del Servizio Sociale.
Il controllo ci salverà – come file.
In La coppia è un incubo. Del perché la coppia non ci salverà: Pasolini poliamoroso tra forze, forme e divenire la casa è il nido che diventa gabbia. Un open space arredato come il fast-fashion veste o il fast food sfama: un fast-furniture. Dove la relazione deve occupare lo spazio giusto, avere il giusto colore, stare in coppia o non stare affatto. Ma il desiderio non è docile, non è monogamico per natura: ha bisogno di sfondare la portafinestra, di lasciare entrare correnti d’aria e imprevisti, di scappare dall’anagrafe.
Il desiderio non paga l’affitto.
In Sc∗patevi l’auto. «Crash» di Ballard e il capitalismo libidinale la casa è un garage pieno di rottami. Ballard ci mostra un desiderio che non si oppone al potere, ma si piega e si modella su di esso, diventando merce, spettacolo, feticcio. Qui l’apocalisse è l’orgasmo incorporato al crash test, la pornografia delle lamiere contorte, l’eccitazione prodotta in serie e venduta come libertà individuale.
Dobbiamo godere nella / della catastrofe.
Chi pensa che l’apocalisse sia un evento unico, un colpo di coda definitivo, non ha messo in conto che viviamo in uno stato di post-sopravvivenza:
il disastro ha la forma del quotidiano. È l’acqua che bevi, l’aria che respiri, il modo in cui ti pieghi, registri o giri dall’altra parte per poter vivere la tua vita. Il presente è già sopravvissuto a sé stesso.
La vera questione non è quando arriverà la fine (predizione Maya), ma come détournare dall’interno questo presente senza fine. Sradicandone le regole del desiderio, scucendo le norme del genere, smontando vite preassemblate… Insomma pensando la non codificazione, la non contabilizzazione, l’intraducibilità in valore di scambio.
Non vogliamo in-segnarvi a salvare la casa, ma pensare a come farci crescere piante infestanti, estenderla in intensità, popolazione, deserti. E far «partire una rivoluzione dal vostro letto». Mentre bedrottate.
Ghostare tuo padre #2: Apocalissi domestiche è un prontuario per perdere con stile, ridendo del copione della normalità e del desiderio prefabbricato. È un invito a portare l’apocalisse in salotto, a moltiplicare le fughe, a concepire il disastro una pratica quotidiana.





