Sc∗patevi l’auto
«Crash» di Ballard e il capitalismo libidinale
«Viviamo in un mondo governato da fantasie di ogni specie: promozione di prodotti di massa, pubblicità, politica esercitata come una branca della pubblicità, volgarizzazione immediata di scienza e tecnologia in immagini popolari, confusione e fusione di identità nel settore dei beni di consumo, svuotamento di ogni libera o originale risposta immaginativa all’esperienza da parte della televisione. Viviamo insomma all’interno di un enorme romanzo. Allo scrittore in particolare è quindi sempre meno necessario inventare il contenuto fantastico del proprio romanzo. L’invenzione fantastica essendo già data, il suo compito è l’invenzione della realtà.»
— J.G. Ballard, Crash
Il potere non è solo repressione: è codifica, rituale, riscrittura. Riscrive anche ciò che crediamo più intimo: il desiderio. Che poi è qualcosa di molto concreto e semplice, come mostra il Salò di Pasolini (1975), che è tutta una metafora sul potere che trasforma i corpi in cose:
«c’è soprattutto il pensiero che in realtà i produttori costringono i consumatori a mangiare m∗rda: il brodo Knorr, oppure i biscotti Saiwa, sono m∗rda. Questo nel film non risulterà, perché è un mistero. Ma è chiaro che io mentre giro lo penso».1
In Crash (1973), Ballard porta questa intuizione alle estreme conseguenze. Qui, l’erotismo non nasce in contrapposizione alla norma, ma è la norma stessa che l’ha prodotto e lo mantiene. La lamiera accartocciata diventa pelle, il parabrezza frantumato diventa organo.
È il desiderio catturato e riconvertito in flusso capitalista, alimentato dalla velocità, impacchettato in acciaio e benzina.
Il desiderio è produttivo, costruisce macchine2, ma Crash mostra il momento in cui queste macchine sono state sequestrate dal potere e re-ingegnerizzate. Il loro prodotto non è più piacere, ma plusvalore libidinale. L’impatto, il rumore dello schianto, l’odore di carburante bruciato: tutto è già estetizzato, pronto per essere consumato.
D’atra parte dobbiamo intendere il consumo come distruzione.3 La proprietà rinchiude, l’uso libera, ma il consumo divora. Non si usa l’auto: la si brucia, la si consuma nel gesto di possederla, ostentarla, esploderla.
L’oggetto è solo un pretesto per la sua fine, e il desiderio vive già proiettato verso il momento del suo collasso (desiderio come mancanza).
Il capitale circola in automobile come feticcio fallico su ruote. Non è solo velocità: è il teatro della virilità. Maschi per cui la cilindrata sembra inversamente proporzionale alla misura del p∗ne o comunque a ciò che chiamiamo virilità.
(Certe filosofie, più o meno femministe, sembrano odiare Freud ma accettano – giustamente, perché gli uomini diventano insopportabili – la sua teoria dell’ansia di castrazione; ma anche della pulsione di morte. Noi ce ne freghiamo e parliamo piuttosto da un punto di vista immanente e macchinico.)
Più il motore ruggisce, più si maschera il vuoto interiore; più il cofano brilla, più si opacizza il contatto con una reale potenza corporea. La macchina diventa una protesi fallica che non serve a penetrare, ma comunque a esibirsi come sempre pronta a farlo.
P∗rnografia meccanica: acceleratore come erezi∗ne, scarico come minaccia, carrozzeria come muscolo. Edg∗ng automobilistico. Il potere stesso si accorge che la psichiatrizzazione è una stupidaggine. Certe ossessioni vanno bene. Top 10 professioni che fanno gli psicopatici diagnosticati.
Nella pubblicità automobilistica il piacere non è mai legato all’uso reale ma all’ostentazione dell’oggetto e alla sua potenziale distruttività. Ogni nuova macchina inventa un nuovo incidente.4
Non c’è automobile senza il suo schianto. E il capitalismo erotizza proprio quell’istante di distruzione: non la corsa, ma il momento in cui la velocità tocca il limite e lo infrange. Viviamo immersi nella dromosfera, una bolla di velocità permanente in cui non corriamo per arrivare da qualche parte, ma per avvicinarci al momento in cui la materia cede.
Crash è il mito fondativo di questo regime: il desiderio diventa inseparabile dalla catastrofe.
Tutto ciò è ovvio. Bisognerebbe invece pensare a sterzi, salti in corsa, e altre vie d’uscita…
In generale convergiamo pur da angoli diversi nello stesso sospetto. Il potere non si accontenta di trasformare i corpi in cose. Ci educa a godere di quella trasformazione, di fronte al momento in cui la carne si salda al metallo, e in cui l’oggetto si autodistrugge. «Sc∗pare l’auto» significa allora guardare in faccia questo desiderio, riconoscendo che non basta decostruirsi, dissolversi in un’assenza di senso.
La decostruzione come pensiero dominante è lo strumento dei discorsi dominanti per svuotare ogni intensità, confinando il pensiero nella mera chiacchiera, neutralizzando ogni gesto vivo e ogni forma di rivolta. Tuttavia, anche se spesso i discorsi umanistici situati e contro-accademici sembrano marginali o ‘deboli’, essi riescono a esprimere ciò che altrimenti rimarrebbe indicibile: la letteratura, ad esempio, possiede linguaggi propri capaci di sondare dimensioni di esperienza che la mera analisi razionale non può cogliere. Di investigare tali gesti ambigui ricodificati dal capitalismo libidinale: desideri che incarnano fino in fondo la fusione tra carne e macchina, godendo dell’autodistruzione come spettacolo e godimento spettacolarizzato.
Contro-diagnosi: scoprire che dentro la gabbia cromata non c’è mai stato il nostro desiderio ma quello del potere, che guida (e gode) al posto nostro.
P. P. Pasolini - G. Bachman, De Sade e l'universo dei consumi (1975), in L. De Giusti (a cura di), Pier Paolo Pasolini, Il cinema in forma di poesia, Cinemazero, 1979
G. Deleuze - F. Guattari, L’Anti-Edipo. Capitalismo e schizofrenia, Einaudi, 1977
G. Agamben, Profanazioni, nottetempo, 2005
P. Virilio, Estetica della sparizione, Liguori, 2016









