Persecuzioni
Un racconto decisamente emetico
✍ Alessandro De Filippis
in G.T.P. #5: Corpo, corpi, non corpi
Acromegalico.
Questo pomeriggio pare avere le ore ingigantite. Purulento, si trascina mentre me ne sto qui a guardare le camicie svolacchiare su quelle gruccette di poliestere arancione un po’ scadenti. Svuotata, ferma. Tediosa. Non ho più un copione da aprire. Non adesso. Prendo le Camel™, ne addento una e penso a quanto era facile il mondo quando bastava quella capovolta per esprimere un desiderio. È assurdo ma quel trucchetto funzionava. Potevi davvero esprimere. Bastava quello. Il desiderio non aveva importanza. Accendo la sigaretta. Al balcone solo piante ingiallite. Reclamano la mia attenzione ma non l’ avranno. Non oggi. Quel pothos suicida ci ha visto giusto. Blanche. Lo chiamavo Blanche come il personaggio che avrei voluto interpretare ma che diedero a quella incapace succhia coscienze. Il risultato della mia ignavia nei suoi confronti è stato deplorevole. Blanche, il pothos, s’è ammazzata una sera d’agosto. Ero tornata dalle prove stanca morta e insolitamente affamata. Attaccata a quella busta di Pan di Stelle™ saltai via per un botto tremendo, roba degna di uno js1. Era Blanche che dalla mensola aveva scelto di farla finita. Non credo ai fantasmi né ora né prima né mai. Si è trattato di vibrazioni. Vibrazioni che arrivavano dall’appartamento affianco2 e che spinsero Blanche giù dalla mensola. Anche se non credo in questo genere di cose, mi piace pensare che Blanche avesse trovato uno sparkle di vita propria e avesse liberamente scelto come finire i suoi giorni anziché aspettare le cure di un’attrice stanca e insolitamente affamata. Ne osservai le cadaveriche radici sul pavimento. Constatai come le palline di argilla messe lì per drenare l’acqua si fossero sparpagliate un po’ ovunque, anche sotto i mobili, anche sotto il cassettone della TV che non accendo mai. Capita, dissi sottovoce. Lo dissi più all’esangue Blanche che a me stessa. O forse più a me stessa che a lei. Povera, fortunata Blanche che hai potuto toglierti di mezzo così. A te nessuno ti verrà a cercare. Ero in mutande. Lo ricordo bene quel momento. Ero in mutande sui tre punti3 e non facevo che scuotere la testa mentre con la lingua cercavo di togliermi quei polpettoni fatti di Pan di Stelle™ macinati e insalivati che si formano tra le guance e i molari e che mi costringono ad aspettare cinque minuti prima di lavare i denti. Tiro forte dalla sigaretta come se bastasse a riempire il nulla. Le altre piante sul balcone non avranno mai la stessa fortuna di Blanche. Resteranno qui a morire lentamente. Come me. La cenere sulla sigaretta ha raggiunto un consistente millimetraggio e avrebbe bisogno di essere sgrullata via. Sul tavolino c’è un posacenere blu pantone 288 di ceramica striato di bianco, artigianale e dal diametro irregolare che non è altro che un piccolo vasetto concavo con all’interno una protuberanza a forma di cupola che ricorda una piccola mammella, anzi, un clitoride. Mi diverto a ruotarci la cicca facendo finta di stimolarlo, spargendone la cenere alla base. Già.
Rientro. Maledetto pomeriggio claudicante. Non si muove. Ricorda la macchina di Cheryl impantanata nella fanghiglia. Quel visetto giovane, sporco di mota, Dio se l’amavo, l’amavo quanto lei amava la sua vecchia macchina (che non ricordo quale modello fosse ma che aveva ospitato così tante volte i nostri culi che era come casa) e quella sera, quando rimanemmo impantanate, fummo colte da panico e meraviglia. Com’è possibile fermarsi in mezzo a un bosco, di notte, a novembre, in una pozza di fango?, roba che neanche nei peggiori 8mm. Eppure accadde. Eppure a volte la vita diventa essa stessa un film e senza avvisarti ti riprende, ti monta e ti getta sullo schermo di un qualche stronzo depravato. Mi sento come quella macchina adesso. Quella macchina vecchia, rossa e scolorita. Se dovessi disegnarmi mi vedrei così. Rossa e scolorita e con dentro quelle croste che vedi sui tettucci delle macchine bollite dal sole. Apro la credenza. Ecco le Pan di Stelle™. Ma non solo. Ci sono anche:
- mais x7
- piselli x9
- pacchi di pasta generici x13½
- scatole di tonno x9
- latte UHT x12
- semi di girasole x3
- frutta secca x14
- fette biscottate integrali x8
- marmellata ciliegia/fragola/albicocca x7¾
- miele x7
- Crick Crock™ x11
- Nutella™ x6½
- passata di pomodoro x19
- pomodori pelati x0
- Oreo™ x15
- noccioline x18
- mandorle tostate x16
- crusca x1¾
- pacco di caffè in capsule x2
Passo in rassegna l’armamentario all’addiaccio, come un capitano svogliato. Finché è lì, sono tranquilla. Certe volte mi capita di carezzarlo, questo bottino. Passo le dita intorno alla circonferenza laminata della scatola dei piselli raccogliendone invisibili granelli di polvere come dovessi collezionarli. È una cosa che facevo sin da bambina, ma adesso quei piselli mi capita di non mangiarli. Che dire dei pacchi di pasta, riposti così ordinatamente uno affianco all’altro, quasi schiacciati perché non c’è praticamente più spazio? Sono di una sottomarca mediocre, e infatti viene quasi sempre scotta quando mi capita di mangiarla. Mangiare. Dormire o mangiare? Perché dovrei farlo? D’altronde lo specchio mi parla. A voce alta. Mi ricorda l’importanza del Patto. Della gabbia toracica. Delle clavicole. Dell’Osso.
L’Osso. L’Osso e il Patto stipulato quel giorno.
Quel giorno si era a teatro tutti insieme, come al solito, e come al solito mi ero portata un paio di cetrioli tagliati a rondelle mischiati con pezzi di carota – ancora ricordo quella carota inscurita, non era affatto una buona carota – nel piccolo contenitore blu dal tappo bianco. Si era in teatro per provare la scena delle scale che però era blanda e zoppicava come un millepiedi al quale hanno strappato centinaia di zampette. Si era in teatro con la pretesa di essere migliorati dalle ultime prove, che erano state noiose, ripetitive, claustrofobiche e che vorrei sempre evitare e infatti, in tutta la mia vita da attrice non ho mai conservato il ricordo di una singola prova. Il mio cervello scarica quelle ore passate in teatro fondendole con altri rifiuti neurali. Non sono una tipa ritentiva. Io riciclo. Ma quel giorno sì che lo ricordo. Si era a teatro con la pretesa di provare bene quella volta, e forse ci stavamo anche riuscendo ed è stato verso la fine che è successa quella cosa per la quale ancora ricordo quel giorno. Io e P****** si era faccia a faccia. Era il momento del bacio del perdono, quello disperato. Ci stavamo divertendo. Mi divertiva soprattutto il fatto che P****** ricordasse così tanto il Vecchio con quella canottiera bianca, sgualcita, sblusata all’altezza della pancia. Il Vecchio. Cazzo come lo ricordo bene quel giorno. Come ricordo le facce perplesse di quelli della compagnia, S***, M*****, M****, G***** e via dicendo che si accalcavano tutt’intorno per vedere come stavo mentre riaprivo gli occhi e notavo che in alto, al centro del palco, c’era un’americana attaccata a uno sputo. È stato quel giorno l’unico giorno in tutta la mia vita nel quale ho sperimentato l’arte dello svenimento. E al risveglio, quel giorno, era tornato. D’improvviso, affiancato da pezzi di ricordi macerati e mangiucchiati dal tempo che esplodevano tutt’intorno al volto del Vecchio, di nuovo vivo di fronte a me, con quella sua canottiera bianca, sgualcita, sblusata all’altezza della pancia. L’appetito passò all’istante. Il ricordo tornò talmente forte che mi chiusi a doppio nodo. Non era mai successo prima. Fortuna che cetrioli e carote le mangiai durante la pausa, perché non toccai cibo per i successivi tre giorni. E non riuscì più a parlare a P******, e neanche a provare davvero bene. Anzi, lo spettacolo fu uno schifo ed è stato un miracolo finirlo e praticamente mi ritirai dalle scene per chiudermi qui, nelle stanze del mio appartamento che se lo guardo, adesso, mi sembra come rabbuiato ma non per la mancanza di sole quanto perché è come se insieme a me ci vivesse tipo un’ombra. Un Essere.
Siete mai riusciti a contarvi le costole? Sono 24. Io riesco a contarle benissimo. Una, due, tre, quattro, cinque... Lo specchio è aderente al Patto. Il Patto di non-essere. È come mettere un ricordo all’interno di una scatola e gettarla nelle profondità della terra sperando che gli spiriti riescano a proteggerla dalla curiosità della gente che mi osserva per strada, morbosa, giudicante, altra. Chi di voi ha mai sperimentato il cambiamento tra l’essere visti e l’essere osservati? Io sì. L’essere visti è una faccenda che riguarda l’eros. Quando giravo coi tacchi per il centro commerciale, quando andavo in scena e mi toccava di fare una scena mezza nuda, quando mi allenavo in palestra, quando lavoravo al pub, quando ridevo per le battute di Cheryl, quando facevo benzina, quando piangevo con su gli occhiali da sole, quando passeggiavo nel parco con la mamma e non avevo più di sedici anni, in tutte queste situazioni ho sperimentato l’esser vista come qualcosa di ripugnante perché sentivo quella sostanza viscosa che emanano gli uomini quando guardano qualcosa che li attrae. È una cosa che non si può comprendere se non la si sperimenta sulla propria pelle. E l’essere vista era la conferma del fatto che fossi viva, per loro, talmente viva da inchiodare i bulbi oculari dei passanti sulle mie natiche e portarmeli dietro fino a due isolati dopo. Ma l’essere osservati è ben diverso. L’essere osservati implica un attento scrutinio da parte degli stessi passanti che prima guardavano le tue natiche rilasciando quella sostanza in quantità enormi – che potevi sentire strisciare fin dentro l’epidermide – ma che adesso, invece, non rilasciano più nulla. Adesso quando vado a fare la spesa so che non guardano le natiche ma l’ileo, chespunta sotto i jeans come una protuberanza, una balza eccessivamente protrudente, un’anomalia che gli ricaccia dentro la sostanza e li fa girare dall’altra parte con quell’espressione in volto tipo oh-madonna. Addirittura alcuni arrossiscono. Non è raro vedere rispettabili signore dalle collane di corallo guardarmi con un’espressione pietosa, specie d’estate, quando i femori sgambettano allegramente tra le corsie del supermercato, e che dire dei feticisti, che solo in quel momento non paiono vergognarsi dei loro appetiti e che non sopportano la visione di quel metatarso così invasivo nelle infradito?, o dei bambini che parlottano tra loro e scappano dalle mamme quando trovano che la mia corporatura, una volta mesomorfica, sia adesso somigliante a quella di un mostruoso endomorfo la cui colonna vertebrale pare una cinghia di trasmissione arrotolata su se stessa?
E adesso me ne sto qui, silenziosa, a fare il nulla, sfumacchiando, a constatare quanto poco mi interessi di tutto e quanto forte sia la mia Volontà. Quanto ferrea sia l’Autorità. Ferrea ho detto. Ad altissimo punto di fusione.
È vero però. Quel che dicevano durante gli ultimi giorni dello spettacolo è essenzialmente vero. P****** vestiva i panni di un figlio di puttana più vecchio di me che mi ricordava il Vecchio. È proprio vero. Ed è vero che mi sono masturbata ripensando a quel quasi-bacio. Hanno ragione ed è assolutamente vero. È vero che il bramito del frigo, ad esempio, basso e ininterrotto, TUUUUUUUUUM, con quei rigurgiti cibernetici mi ricorda ogni momento che passa quanto forte sia la mia Volontà di non tornare indietro da quando ho riscoperto che il Vecchio ha, aveva e sempre avrà su di me quel tipo di influenza che soltanto una bimba con ottanta chili addosso può inglobare. E ora che le mie cellule rifiutano ogni tipo di compromesso, ora che hanno pienamente abbracciato l’Ideale, la Causa, la Cosa, soltanto ora sono in grado di fare il dito medio a quel fantasma che torna e ritorna, dalla scena di quel giorno, ogni notte, in ogni sogno, in ogni specchio in cui mi guardo. La mia difesa si chiama Autorità. Supremo controllo sul gusto. Sull’immaginazione. Seppure trovi incredibilmente attraenti quei pacchi di Pan di Stelle™, l’Autorità svuota di senso ogni cosa estirpandone vitalità. La mia credenza, in qualche modo, perde di valore. Finanche la più innocua molecola presente in quella furiosa panoplia alimentare è adesso testimonianza del mio coraggio infinito, della mia lotta contro il Vecchio. Già, il Vecchio. Il Vecchio e quella cinta. Il Vecchio e il sapore del lembo della coperta infilata a forza tra i molari che stavano per esplodere tanto forte era la presa su di essa. Il Vecchio e quel puzzo di profumo scadente, di quelli che trovi nelle confezioni insieme ai deodoranti e che quasi sempre hanno a che fare con la parola sport. La mia vita prima di quel giorno era una vita come tante. La mia vita dopo quel giorno è una vita fatta di Autorità.
Tranne che per certe giornate, ovviamente.
Sono le giornate nelle quali sento così forte il Peccato che anche l’Autorità diventa fiacca, e mentre cerco di ignorare questo sintomo tutta la composizione strutturale del volto e del corpo e della grandiosa, inesauribile e prodiga Volontà che mi ero ficcata a forza nel cervello finisce spiaccicata, sciolta, irriconoscibilmente deturpata come il volto di un disgraziato sotto il peso di un tornio o un qualsiasi altro macchinario-killer mieti operai. E in quei giorni la credenza diventa il mio luogo di perdizione, nel vero senso della parola.
Procedo per gradi. Inizio dalle cose più infime, quelle meno invadenti, le più innocue. Prendo i piselli, li sciacquo velocemente e li mangio così, freddi. Niente gusto, solo nutrimento. Ne assaporo la consistenza scoppiettandoli sul palato mentre continuo a ripetermi che questo non è altro che un esercizio di Volontà, che la mia Autorità è ancora stabile. Procedo dunque col mais e faccio la stessa identica cosa. Da notare che il processo può richiedere fino alle due ore ca., ma io non ho problemi di tempo ormai. Per me il tempo è come un inutile constatazione, un viziuccio borghese. Il tempo praticamente non esiste se non nella sua accezione più volgare (quella lavorativa), ma dicevamo: piselli, dunque mais. Frutta secca. La ciancico seduta sul divano a gambe incrociate ascoltando i vicini fare rumore - il classico rumore che associo alla felicità. Il tonno: lo apro e inizio leccando via l’olio dal tappo e come un gatto ne estraggo un pezzetto alla volta, spiluccando pudicamente a partire da quelle crepe stile pavimentazione desertica. Noccioline e mandorle tostate vanno via come acqua e giunta a questo punto, quasi per contrasto, l’Autorità è talmente rafforzata dalla mia lascivia che non sento nessun tipo di colpa, anzi, potrei continuare all’infinito perché certa della mia Autorità, stolida nella mia Autorità granitica e inscalfibile come un reattore di ultima generazione. Illusa.
E allora vai con una bella tazza di latte caldo nel quale immergo una consistente dose di miele raccolto in un cucchiano ormai quasi del tutto piegato da precedenti scorrazzate notturne con Sammontana™ davanti alla TV, fette biscottate integrali e annessa marmellata che frantumo riducendo a minuzzoli talmente esigui che sono costretta a setacciare con la lingua una volta ingollato il tutto, e poi Oreo™, finalmente gli Oreo™che così tanto ho desiderato in queste settimane e che infilo in bocca a due a due senza neanche rendermi conto di quanto fottutamente alto sia diventato nel frattempo il volume delle mie Tristezze che tuttavia continuo a voler ignorare perché quella cremina fatta (anche) di lecitina di soia sta sulla mia lingua come il sole sulla pelle di Cheryl, così sempre perfetta e umana, traslucida e via dicendo, e trangugiare a suon di crunch quel biscotto, che ritroverò tra qualche ora sulla ceramica del lavandino, è come andare a caccia dei segreti della vita masticandoli con fretta e tenacia, duri all’inizio ma poi morbidi, morfologicamente simili a una poltiglia collosa che ben si appiccica alle successive cucchiaiate di Nutella™, immancabile dessert di questa scorazzata non-prandiale e che catapulta tutto il mio sistema neurale tramite un complicato percorso che parte dalle papille e si diffonde elettricamente verso il nervo vago mandandomi in visibilio. Nulla al mondo è come sedere sul divano a gambe incrociate, in mutande, con tutto intorno a te un mucchio di cartacce e briciole e macchie di latte tracimato che testimoniano la grandezza dell’Autorità, inviolata, forse solo leggermente macchiata dal dubbio che qualcosa non vada. Ma cosa, nello specifico, non va? Forse l’impossibilità di un’arborescenza, di agganciare i perni con una sola linea che parta dai primi e finisca agli ultimi? Forse il sapere che niente di tutto questo basterà a calmarmi e farmi credere che sia davvero la persona che penso di essere? Quel che continuo a non capire è perché ci sia sempre questa variabile, maledetta variabile non calcolabile, inquantificabile, a tratti credo addirittura impensabile. Arrivata a metà vasetto di Nutella™ mi chiedo dove sia la soluzione a questo problema che continua ad affacciarsi persistentemente e inizio a capire che forse una risposta non c’è e che magari non la voglio neanche, cazzo, non la voglio, non la voglio perché chi mai vorrebbe degnarsi di parlare con una che una volta era una specie di prima attrice e adesso se ne sta con le briciole tra l’alluce e l’illice e piange o meglio vorrebbe farlo ma non riesce a trovare la voce perché la gola è fottutamente impastata di Nutella™ che fatica a scendere e quasi ostruisce le vie respiratorie, Gesù santissimo, e vorrei, vorrei, vorrei solo tornare indietro, ma indietro dove?, ci diciamo sempre che se tornassimo indietro faremmo questo e quello ma indietro dove esattamente, se da quel momento siamo scappati il più velocemente possibile in cerca di una luce che abbiamo scoperto essere fulminata?, e allora comincio a pensare a Dio ma non siamo liberi neanche di immaginarlo Dio e quando sarò morta, davvero morta, non come adesso che sono morta ma sul divano e con le briciole tra le dita, piena di tutto questo ben di Dio negli sportelli della cucina allora pensi che di un Dio forse non hai bisogno perché in fondo Dio è per i vivi, e se sei morta come sono morta io sul divano quello che ti serve è credere che mai nessuno potrà riportarti in vita e dunque il tuo corpo DEVE dimostrare a tutti che NIENTE è degno della vita perché la vita ti ha rifuggito/schifato/sputato addosso tutto quello che di lezzo esiste nel cosmo e tu non sei che un involucro fatto di una inutile e copiosa epidermide molliccia e dove, dove diavolo è l’Osso?, dove l’anima vera, tangibile, concreta?, cosa sono se non un doppio, se non un riflesso maligno in quella superficie così cattiva e bugiarda e piena di vecchie manate che recano ancora l’impronta di qualche vecchio vapore? Un blob putrescente, guarda, guarda le guance, guarda quanto sono gonfie, guarda il grasso sulle braccia che penzola come un bargiglio pieno di smagliature, e l’Osso, l’Io-Osso dov’è?, guarda, guarda il ventre ampio, un asse curvo e geometricamente inaccettabile, guarda le dita delle mani e le cosce, un obbrobrio di invenzione, una costruzione che pare fatta da uno scultore ubriaco che aveva voglia di scherzare quella notte, no, no, NO!, io non lo permetto questo, non permetto all’Essere di rimanermi attaccato su, questo non sono io, né ora né mai, KRU-UGH!, eccolo, l’esofago risponde, indice e medio nella gola, KRUUGH!, così si fa, bocca ad O e via tutto, via verso le vie respiratorie, solo Io posso decidere quando e come farla finita, SPLASH!, e dove deve finire quel miscuglio verde/giallo di scorie che adesso va al reverse partendo dalla Nutella™, poi gli Oreo™, le fette biscottate integrali con la marmellata nel latte col miele, le mandorle tostate, le noccioline, il tonno, la frutta secca, il mais e i piselli.
PLIIIF! Eccoli qui.
Uhhh-aaah!
Respiro. Respiro. Respiro.
Tutto è okay. L’Autorità è ancora qui. Fortunatamente.
Sorrido. Anche oggi siamo salve. Tangibili. Integre.
Ma quant’è lungo il pomeriggio però.
Jump-scare.
Provenienti da un Kenwood UD-952 in grado di far ballare muri e culi in pieno stile Fukushima.
Three point stance.










