#3: SAPERI NON AUTORIZZATI
Editoriale
𝟯.𝟭. Eᴅɪᴛᴏʀɪᴀʟᴇ. Saperi non autorizzati
✸ Il sapere autorizzato non è solo quello dei manuali scolastici, dei programmi ministeriali, dei curricula universitari. È un’infrastruttura invisibile che decide quali domande si possono porre e quali vanno dimenticate.
È un corpo burocratico-fantasmatico che ti insegna non tanto cosa pensare, ma come pensare in modo innocuo. È la grammatica della correttezza morale-epistemica che delimita il perimetro entro cui puoi muoverti senza che qualcuno ti prenda da parte per ricordarti che «non sta bene» – per farti tone policing.
Foucault ci mostra come ogni sapere porti il suo badge di potere e come sia possibile forgiarne di altri, privi di uniforme. Ogni sapere è un campo di forze. Non è mai neutro, non nasce dal vuoto, non si sviluppa per puro amore della verità.
Sapere e potere non sono due ordini separati: ogni regime di verità è anche un regime di governo delle vite, e ogni verità ufficiale porta con sé una certa forma di addestramento dei corpi e delle menti.
Il sapere autorizzato è quello che ha superato i controlli di frontiera del potere. È ciò che ha ottenuto il visto per circolare: manuali, programmi scolastici, articoli peer reviewed, conferenze con badge al collo.
È il sapere che si muove nei corridoi illuminati delle istituzioni, che conosce già le parole giuste e le buone maniere della conoscenza.
✸ Ma sono possibili forme altre di sapere che non chiedono il timbro, che non si preoccupano di apparire rispettabili, che si trasmettono in spazi non regolati, che non possono essere pienamente autorizzati senza perdere ciò che li rende vivi.
Non sono necessariamente «proibiti»: il potere non sempre si disturba a vietarli. Anzi, la questione di reprimere non è più tanto un problema quando tutto è comunque riassorbabile nei circuiti del potere con una ricerca di mercato, cioè tutto è targettizabile, mercificabile… Invece i casi più difficili spesso basta ignorarli fino a farli sembrare nevrosi privata, o comunque ristretta.
Sono saperi troppo vicini al corpo per essere citabili, troppo in anticipo o troppo fuori fase per diventare programma di corso. Saperi che non si trasmettono in conferenza ma in note a margine scritte per nessuno.
Si tratta di modi di pensare che sfuggono alle procedure di legittimazione. Possono essere micro-esperimenti percettivi, genealogie di concetti che non rientrano nella storia ufficiale, forme di attenzione che il sapere codificato non saprebbe misurare...
È in questo terreno che si muove questo numero di Ghostare tuo padre.
Non ci interessano i santini del pensiero critico, ma le forze che attraversano e deformano la griglia delle conoscenze autorizzate.
✸ In questo numero rivendichiamo questi saperi che non hanno bisogno di essere riconosciuti da nessun sovrano epistemico.
Vogliamo piuttosto conoscenze che funzionino come tattiche di sopravvivenza, come micro-strategie corporee per attraversare l’ostilità del mondo; non come monumenti teorici eretti a gloria dell’Io. Saperi che non siano capitale culturale ma alleati momentanei, armi improvvisate. Cionondimeno efficaci. Saperi che, spinozianamente, aumentino la nostra potenza d’agire, ci facciano respirare meglio ed esistere con più intensità...
Non celebriamo, dunque, l’esperto, né il filosofo ingessato, celebriamo ciò che ciò che inventa nuovi modi di restare vivi. Conoscere qui significa sottrarsi e nella sottrazione, finalmente, cominciare a muoversi.
✸ Infatti ci opponiamo alla religione della specializzazione. Specializzarsi è terribile quando significa diventare ingranaggi affilati in un solo gesto, monadi ipertecniche incapaci di respirare fuori dal proprio micro-regno. L’assemblaggio vitale non è mai specialistico: vive di connessioni improbabili, di interferenze. C’è un senso buono dello speciale, ma non coincide con lo specialista: essere speciali è essere irriducibili, inappropriabili, non comparabili… non si può misurarne l’unicità perché non appartiene a nessuno. E invece gli specialisti si moltiplicano come muffe: c’è chi insegna come vivere, come desiderare, come soffrire, come godere «per bene»... Sospettano sempre che lo stiamo facendo nel modo sbagliato.
Il potere ha in effetti imparato questa lezione a memoria: la vecchia generalità non basta più. Il controllo oggi non è universale perché guarda dall’alto, ma perché scende nei particolari, si infiltra nelle pieghe, o aderisce come una seconda pelle. La totalità è la somma ossessiva delle singolarità nessuna esclusa: tutte perquisite, tutte rese decifrabili. Per funzionare, il potere deve specializzarsi e replicarsi come un virus che muta per ogni incontro. (Così, ad esempio, la scuola non è una prigione, ma a suo modo restringe, ordina, impartisce codici di comportamento… O l’autostrada non è un dispositivo disciplinare, ma governa i movimenti: si può viaggiare all’infinito comunque essendo perfettamente tracciati… E più recentemente: il capitalismo digitale non ti osserva in generale, ma anzi estremamente nel particolare, e costruisce per te un micro-regime su misura…)
E allora, in queste pagine, proviamo a respirare fuori dalla cappa dello specifico: a immaginare saperi che non servono a inquadrarci ma a disperderci, non a renderci esperti ma a renderci inafferrabili. Essere vivi non è specializzarsi, ma sfuggire. Tutto il resto è cadaverico.
𝟯.𝟮. ✸ In Podcastrati. Nuova pseudoscienza testosteronica vediamo come i podcaster siano più che altro dei podcastrati. Analizziamo e critichiamo il fenomeno in crescita dei podcaster/YouTuber/maschi alpha – definiti per l’occasione podcastrati – che diffondono in rete una forma tutta nuova di pseudoscienza testosteronica.
Questi personaggi, spesso legati alla cultura della redpill, trasformano i podcast in palcoscenici per un culto virilista che mescola bodybuilding, presunti dati biogenetici e logica spicciola per spacciare teorie sulla supremazia maschile. Più probabile è che il loro successo si basi sulla pornografia del triggered, ossia l’umiliazione delle donne ospiti come valuta simbolica e carburante per l’algoritmo, innescando una dinamica di sadismo diffuso che addestra all’ostilità.
In tal senso mettiamo in crisi l’uso del testosterone come capitale biologico e politico da accumulare e idolatrare, smascherando come questi guru della mascolinità non facciano altro che riciclare misoginia e ressentiment come dogma di una micro-religione laica che mira a far prevalere norme di genere arcaiche. I podcast maschili estremisti sono spettacoli grotteschi in cui uomini spaventati dalla perdita dei propri privilegi esibiscono una mascolinità ipertrofica e rancorosa. Questi contenuti non trasmettono vera conoscenza, ma servono solo ad autocelebrarsi e generare hype.
Noi a partire dalla nostra analisi proponiamo allora l’idea di accellerazionismo patriarcale: il patriarcato, messo in scena in forma così esasperata e caricaturale, finisce per rivelare la propria inconsistenza interna. Si auto-sabota: estremizzando insicurezze, misoginia e posture da alpha, mostra quanto le sue premesse siano fragili e inadatte a una società che richiede complessità, cura, negoziazione e apertura agli altri.
In questa dinamica, l’iperperformatività maschilista non rafforza il patriarcato: lo fa implodere, delegittimandolo e rendendolo oggetto di ridicolo. Non è una liberazione automatica, ma una possibilità politica: l’eccesso produce crisi, la crisi produce discredito; e il «maschio alpha» diventa una caricatura che dipende dal pubblico che ne dissolve il potere ridendone.
Infatti il patriarcato urlato dai podcaster appare come il suo stesso canto funebre: un sistema che, nello sforzo di riaffermarsi, mostra solo la propria decadenza. A questo basta rispondere con ironia, lucidità e immaginazione politica: perché mentre loro continuano a parlare, noi possiamo finalmente fare.
𝟯.𝟯. ✸ In Sulla filosofia come modo di farlo in c∗lo proponiamo una rilettura radicale e provocatoria della filosofia, rifacendoci in particolare a una concettualizzazione di Gilles Deleuze. Intendendo perciò la storia della filosofia non come una successione canonica di pensatori, ma come una «inc∗lata» (citando la celebre metafora): un atto di lettura sovversivo che mira a generare un «figlio mostruoso» dal testo, disinnescando la funzione repressiva e normalizzante che la tradizione impone al pensiero.
In introduzione ci concentriamo sul concetto di pensiero come forza intensiva, dove la verità emerge da una «violenza nel pensiero» e dalla capacità di creare attivamente nuove «vie d’uscita» piuttosto che limitarsi a definire o fissare. In questa prospettiva, l’uso dei concetti diventa una tattica di guerriglia per affinare la capacità di difendersi dal dogmatismo e dalle narrazioni conservative. L’obiettivo finale è una spersonalizzazione attiva che permetta di “parlare a proprio nome” non in quanto Io coerente, ma come emergenza di una molteplicità di affetti e intensità.
L’articolo è una contro-storia del pensiero che celebra la filosofia come strumento di affermazione vitale, di creazione e di resistenza, al di fuori dell’ordine simbolico e normativo imposto dalle genealogie canoniche.
𝟯.𝟰. ✸ Ghostiamo tutto riprende il titolo da Vogliamo tutto di Balestrini ed è, come dice il sottotitolo, una serie di frammenti sparsi per un «elogio della fuga» – questo ultimo testo del biologo Henri Laborit. Si parla di fuga come modalità corporea e di resistenza come punto di insorgenza fisiologico, conatus o spinta vitale. Parliamo di nepo-babies, di lavoro, del gusto di sparire e molto altro.
L’articolo sviluppa l’idea che la fuga non sia un atto di codardia o una diserzione totale, ma una strategia permanente per sfuggire al «Management Totale» e alla «zombieficazione» imposta dal lavoro o «regno della morte». La sparizione, il ghosting, viene qui rivendicata come una necessità etica e politica, un’aspirazione collettiva che agisce sul piano fisiologico del corpo.
Ma ci concentriamo anche sul bisogno di disertare la performance e il costante content richiesto dall’industria culturale, scegliendo di abitare una zona di indistinzione, un altrove. Questo perché, nel contesto attuale, anche il desiderio e le «comunità» sono spesso riscritte e ingabbiate dal potere (si veda sulla critica al linguaggio, alla psicoindustria e a certe derive intellettualistiche della queer theory…).
La vera resistenza è quindi un atto di de-creazione che si manifesta nel tacere, nello sciopero dalla narrazione sociale (il «non siamo depressi, siamo in sciopero») e nella capacità di guastare il linguaggio che cerca di catturare e normalizzare. L’obiettivo è riaprire il possibile e rubare tempo e spazio alla finanza e alla noia, perseguitando quell’urgenza vitale che solo la fuga molecolare, e non l’eroismo solitario, può garantire.
𝟯.𝟱. ✸ In Pensare è pericoloso. La malvagità del banale ribaltiamo la formula di Arendt e vediamo come sia il fatto stesso che si pensi a essere percepito come un pericolo per l’ordine costituito, perché rompe la compattezza della realtà condivisa o stereotipizzata.
Analizziamo la famosa nozione arendtiana di “banalità del male,” non come superficialità del crimine, ma come assenza di radicamento del pensiero nell’agire (il breve intervallo tra l’impulso e l’atto). L’assenza di pensiero in figure come Eichmann, burocrati privi di immaginazione etica, dimostra come il male non risieda nell’eccezione, ma nella norma e nell’automatismo del potere.
Il testo sostiene che il pensiero è intrinsecamente pericoloso perché è un’attività priva di scopi immediati e che:
introduce una distanza interna, dividendo l’individuo da sé stesso e rompendo la continuità delle abitudini;
si oppone all’ideologia, complicando ciò che l’ideologia semplifica e rassicura;
rende impossibile l’obbedienza cieca, fungendo da condizione per il giudizio etico e per l’azione politica autentica;
coincide con la disobbedienza, insidiando i regimi autoritari (che lo temono) e le democrazie liberali (che cercano di neutralizzarlo trasformandolo in contenuto-merce).
Si tratta dunque di un invito a difendere il pensiero come gesto rischioso, irriducibile e situato, un atto di resistenza interiore che sottrae tempo e rumore per riaffermare un’etica basata sulla capacità di non rispondere automaticamente, trasformando il mondo nel momento stesso in cui lo si abita diversamente.
𝟯.𝟲. ✸ Infine avanziamo la nostra Teoria della verità femminiella. Una contro-teoria che riparte dalle situazioni e dal corpo – tutto il resto è mito post-vero. La verità può essere pronunciata dal normato, dal dominante? o si solleva da un uso minore del linguaggio, come può essere quello profetico e transessuale di Tiresia l’indovino?
E se la verità non potesse essere pronunciata da un corpo normato, poiché quest’ultimo tende a rassicurarla e confezionarla per coincidere con il punto di vista del potere? Se solo chi abita un corpo non conforme possa percepire l’esposizione della propria materialità e testimoniare ciò che eccede la norma, introducendo un necessario «inciampo» nel discorso?
Critichiamo la post-verità non tanto come trionfo della menzogna, ma come vendetta della verità incarnata: il ritorno di tutto ciò che la filosofia ha espulso (corpo, contesto, affetto…) sotto forma di confusione sistemica. La verità, oggi, deve essere prodotta come un gesto situato e vulnerabile che non ha un’aspirazione retorica o governativa, ma che apre delle «soglie» o passaggi nel reale.
In questo quadro sono centrali le figure del femminiello e di Tiresia come delle specie di personaggi filosofici che vivono questi concetti e in questo incarnarli ce li rendono accessibili.
Da una parte, abbiamo la cecità come condizione: Tiresia, divenuto donna e cieco, rappresenta la castrazione dello sguardo fallico e l’accesso a una conoscenza che non passa più dal lógos maschile (il sapere come visione e potere ordinatore), ma dalla veggenza e dall’intuizione (modalità relegate alla polarità minore del femminile).
Dall’altra, la profezia come uso minore: la verità «femminiella» non è un’identità, ma una forza minoritaria che rompe le concatenazioni dominanti dell’enunciazione, sabotando l’ordine rigido e sterile dei generi. La profezia, in questo senso, non annuncia una sentenza, ma suggerisce movimenti per mantenere aperto il possibile.
✸ Non vogliamo un’altra «controcultura» con i suoi slogan e le sue magliette. Non vogliamo diventare una nuova ortodossia, nemmeno di segno opposto. Vogliamo il campo aperto, il fuori-registro, l’oscillazione tra il dicibile e l’indicibile, il conoscere senza polizia…
Pensare fuori autorizzazione non significa mettersi in posa contro qualche la norma (le pose sono tutte strane, per quanto conformi…). Significa piuttosto rendere la norma irrilevante, sottrarsi alla sua logica di validazione, farla evaporare nel momento stesso in cui proviamo a parlarne.
Non è una lotta per il permesso, ma la scelta etica di muoversi come non fosse mai veramente importato. Potemmo dire quindi che questo numero è per chi non ha paura di perdere il permesso, perché sa di non averlo mai avuto.





