#1: ZINE ANTIEDIPICA INATTUALE
Editoriale
1.1. Eᴅɪᴛᴏʀɪᴀʟᴇ. Ghostare tuo padre
Ghostare tuo padre è innanzitutto un esperimento a tempo perso. L’immagine in copertina è generata dall’I.A., lo stesso nome in acronimo (G.T.P.) assomiglia molto a ChatGPT. Penso alla figura classica del graphic designer della aziende come di per sé automatizzata quindi non mi preoccupo della sua scomparsa. Poi va be’, ci sono eccezioni. Non è un rifiuto della cultura pop, tutt’altro: cerco una forma di pop-filosofia, ma più alla Valerie Solanas che alla Andy Warhol.
«Ghostare tuo padre» è per dire, oggi, qualcosa di diverso rispetto al passato. Resta sempre un mandare a fanculo l’Edipo, il logos fallico come principio d’ordine, spermatikòn. Ma il ghosting può anche farsi pratica rivoluzionaria: going no contact come gesto politico. Significa cercare vie di fuga, disinnescare certi ingranaggi e connettersi ad altri, esplorare, lasciarsi attraversare dagli incontri. Tutto questo in una prospettiva radicalmente immanente.
Tuttavia mi interessava anche la forma come «urgenza che precede il contenuto». Mi interessava la grafica perché pensavo alle zine autoprodotte che circolano, o ai fumetti, oppure ad artisti come Nanni Balestrini e Ketty La Rocca – che ritagliano, disfano la notizia, fanno implodere l’informazione… –, tra lз altrз.
Invece quando penso al graphic design mi vengono in mente le confezioni di latte, le guide TV, le griglie dei social che seguono le ultime tendenze, i volantini pubblicitari infilati in buca… Insomma cose fastidiose. Con tutto il loro discorso sulla comunicazione, la semiotica, e roba del genere. O comunque con questa pretesa di dover, mentre comunichi, vendermi o guadagnarci qualcosa. In poche parole fottermi.
Allora ho iniziato a chiedermi cosa significhi ora come ora fare una zine, o da che prospettiva si possano usare i media. Magari intendendoli in qualche modo come mezzi puri, che comunicano la comunicabilità, piuttosto che chiudersi su un significato. Una prospettiva che tenta ancora qualche apertura di possibilità, relazioni, situazioni. O comunque che faccia circolare qualcosa come una contro-narrazione, un contro-discorso, visto che ora tutto è riassorbito nei discorsi dominanti come target di mercato. In generale la cosa che mi suscita interesse è questa: non riferire o informare, ma mettere in circolazione, far girare la voce. Mi sembra più onesto, o almeno meno pedante.
Forse l’aggettivo giusto per dire come ci sentiamo qui a GTP rispetto l’istituzione culturale, in generale, o rispetto certi accademici pedanti, più in particolare, è rattristitз – cioè: trasmettono proprio passioni tristi, impotenti. Nei loro paper ci sono sempre canoni che impongono cosa si può e non si può citare, dire, fare. E tali canoni sono autoritari, autorevoli: decidono sulla validità di uno scritto. Quello che importa, nella maggior parte dei casi, è che il paper sia considerato utile. Per soddisfare tale requisito, esso deve limitarsi a campi sempre più ristretti e a formule sempre più semplificate. Per questioni di Economia del Discorso. Dev’essere facilmente consumabile, e deve produrre attorno a sé la solita aura di significazione del reale (fallogocentrismo che crea la realtà col suo linguaggio performativo, giuris-dizione).
Effettivamente non ha alcuna rilevanza che il testo sia “vero” in un qualunque senso (logico, filosofico, letterario...): quello che importa è che crei delle condizioni, dei regimi di verità, che ci si comporti come se fosse vero. Perciò è cibernetico, riguarda «parole d’ordine» che non devono essere credute, ma eseguite. Argomentare, cioè sostenere una tesi, dovrebbe ovviare linguisticamente a tale problema, e tuttavia finisce semplicemente col funzionare, in relazione a tali ordini, come funzionano le istruzioni: istruzioni per eseguire. Funziona come un codice. Ricostruire l’argomentazione è semplicemente ricostruirne il diagramma di esecuzione.
Quando sentiamo un retore da televisione o parliamo con degli Aaccademici™ ci pare sempre di sentir parlare un sofista tirannico robotico. Non importa che ciò che dice sia vero o tantomeno bello: è sufficiente che sia fruibile. Che entri nel circuito di comunicazione e riproduzione.
Perché comunque la cultura istituzionale deve sempre conformarsi al far circolare solo determinata cultura, solo determinate istanze la cui contestazione, pur presente, è annacquata, disarmata, resa sopportabile e innocente, cioè assolutamente non rischiosa rispetto a qualunque ordine dominante. Cioè è una critica imbellettata, che non da fastidio a nessuno, che ti dice di pensare ma non troppo: quanto basta per non arrivare a conclusioni che toccano effettivamente lo stato di cose.
Onestamente è altrettanto triste l’occupazione di sprecate menti brillanti in spettacoli televisivi imbarazzanti o peggio in assegni di ricerca dai temi pre-stabiliti, noiosi e inermi, che non hanno nulla della genialità del giovane o dell’inattuale, di chi lotta contro il tempo. Le idee mature, per loro, sono soltanto quelle morte.
Poi quelli che «ce l’hanno fatta» siederanno alle loro scrivanie e useranno il loro linguaggio tutto arrogantemente articolato per spiegarvi la rivoluzione – perché loro l’hanno studiata. Pagate la retta, compratevi il libro: conoscere è tutto un buisiness. E questo loro linguaggio tediante riduce qualunque lotta a un argomento logico, alla speculazione, alla theory; rende esaustз e di conseguenza inattivз.
In qualche modo gli accademici hanno la peculiare abilità di svuotare i libri, appropriandosene, del loro essere speciali. In realtà, non è rilevante che abbiano “studiato Marx”, che ostentino “coscienza di classe”, e che abbiano seguito corsi su autori incomprensibili e “rivoluzionari”. Io sono lì a parlare di un libro che mi ha letteralmente cambiato la vita ma, per loro, si tratta solo di un altro suggerimento da inserire nelle loro bibliografie. È tutto finalizzato a scrivere la loro prossima ricerca, che poi discuteranno con l'un l'altro leccandosi il culo, giocando ad essere woke intellettuali voce della gente o illuminati della destra alternativa. Magari ricavando dalla stessa ricerca un libro di quattrocento pagine che venderanno agli studenti per passare l'esame ad università straniere dove hanno svolto il dottorato e che costano l'ira di Dio.
Pensano la scrittura propria o altrui come una questione di presunzione; laddove, per altri, leggere o scrivere sono questioni legate al creare alternative vivibili, al prendersi cura, al non suicidarsi.
I nomi che diamo non sono mai inermi, anzi: rientrano nella sfera etico-politica dell’azione. Perché nominare è già una valutazione assiologica, un giudizio valoriale. Perché i nomi che diamo sempre sostengono o si oppongono a ciò che nominano. Perciò “affermare che…” si può anche dire “sostenere che…”. Non si tratta “solo di parole”, ma di ciò che queste parole fanno. Esse provano a dire una verità, quale che sia, che non è una mera corrispondenza tra il linguaggio e lo stato di cose, bensì una verità di tipo attivo. Questo carattere attivo delle asserzioni non è da intendersi strettamente nel senso più pragmatista – cioè rispetto alla nostra tecnica veritativa e alle nostre risposte pratiche ai risultati che porta. Una tale attività riguarda lo stesso esprimersi della verità, in quanto, nell’esprimersi, sta già attuando una certa prassi. Una prassi delle mitologie, delle giustificazioni o delle falsificazioni.
Giustificare non vuol dire solo rendere delle buone ragioni, ma anche rendere giustizia.
Se ci si guarda attorno, è pieno di monografie nelle maggiori librerie, articoli di giornale, dichiarazioni pubbliche postate sui social o lectio magistralis che sono pura masturbazione retorica. Non si può dire che il loro linguaggio non agisca, perché non si dà linguaggio del genere, cioè che non agisca in alcun modo. Ma sicuramente non è un linguaggio che libera, perché agisce reiterando. Parla sempre nella cornice del discorso dominante, di cui è un ripetitore parziale. Oltretutto, nel caso degli intellettuali, lo fa sfoderando infiniti tecnicismi soggettivistici e, così facendo, cioè in questo pseudo-riconoscimento retorico dei propri stessi limiti, le discipline mettono le mani avanti senza però cambiarli di una virgola, senza mai superarli. (Mi vengono in mente diversi esempi, dalle facoltà umanistiche ai laboratori, fino alle trasmissioni di opinionisti o ai parlamenti. La pubblicità, che è una cosa molto riconoscibile, sembra aver invaso tutto.)
E poi è un linguaggio che pretende d’essere scientifico (qualunque cosa significhi…). Un linguaggio che pretende dei fatti. Deve esserci uno schema di riferimento che fa sì che tutto torni. Un glossario colmo di nozioni da applicare al bisogno.
Ma la verità non è mai “in generale”: non è mai vera in quanto conforme a un ordine dominante che racchiude tutti i singoli casi, bensì in quanto rende conto adeguatamente del caso speciale. Le osservazioni non sono verificabili (e dunque vere) in base alla loro ripetitività o la loro applicabilità ad altri casi, bensì in base alla loro unicità, cioè il loro essere inverificabili da qualunque altra parte.
Poi, come sappiamo, «un fatto non è una verità». Una verità è sempre un «fatto interpretato»,1 o «un ricordo così come balena nell’istante di un pericolo».2 E quella scrittura pedante alitata in auditorium soffocanti non è assolutamente pericolosa nel senso che qui s’intende. Tuttavia, le si può riconoscere una certo grado di messa a repentaglio delle forme di vita rispetto a cui siamo chiamati a rispondere. Un invito: solo e soltanto questo le si può riconoscere.
Ma più di tutto c’è d’affermare la necessità per la stessa scrittura di farsi pericolosa in un senso più ampio. Vale a dire, bisogna che la scrittura si faccia capace di mettere in crisi quei discorsi generalizzanti. Di interromperli, disattivarli, renderli inutilizzabili. Solo così si può allargare il margine: indebolendo il centro.
Ghostare tuo padre è una rivista antiedipica inattuale. Non nasce per essere letta nei convegni, né per essere citata in bibliografie APA. Nasce come un atto di sottrazione: al padre, all’accademia, al codice. Un piccolo sabotaggio editoriale. È un esperimento a tempo perso, ma non per questo meno urgente. Perché c’è una fretta nel desiderio di evadere, anche quando si ha tutto il tempo del mondo.
“Ghostare tuo padre” non è una formula: è un atto. Un movimento che si sottrae all’ordine simbolico, al dover-rispondere, al linguaggio performativo che ci assegna un nome, un ruolo, un’identità di cui rendere conto. È dire no senza spiegare. È staccare la connessione. È lasciarsi andare alla linea di fuga senza scuse, senza post motivazionali. È going no contact con le genealogie obbligatorie. Anche l’Edipo si può ghostare, basta non rispondere più ai suoi input.
In questo primo numero proviamo a farlo in tre modi.
Con Questa non è una diagnosi mettiamo in discussione il lessico clinico e la sua cornice di validazione. Parliamo di corpi e linguaggi che eccedono la diagnosi, di un’apertura che non è riformista ma destituente. Aprire i manicomi non vuol dire abbellirli o abbattere i muri: vuol dire rifiutare che esista un dentro e un fuori, un normale e un deviato, un “noi” che parla e un “loro” da recuperare.
Con Hackerare il volto, invece, attacchiamo l’identificazione. Là dove il volto è diventato interfaccia, merce, documento, riconoscimento facciale e riconoscimento sociale, hackerarlo significa sabotare il dispositivo visivo che ci vuole trasparenti, profilati, classificabili. Non si tratta di nascondersi, ma di moltiplicarsi. Non di essere irriconoscibili, ma irriconciliabili.
Infine: la glossa «mappe della disobbedienza corporea» a Inno al corpo di Paul Preciado – un testo che fa esplodere ogni tentativo di normalizzazione somatica, un canto al corpo che diventa archivio di mutazioni, di passaggi, di rivolte molecolari. Un corpo che non ha bisogno di spiegarsi, che non si rende leggibile per essere accettato. Che è già, nel suo stesso esistere, una disobbedienza, in un’epoca in cui è ridotto a macchina efficiente, estetica, produttiva.
In tutto questo, Ghostare tuo padre non è una provocazione, né una dichiarazione di guerra. È uno scarto. Una rivendicazione dell’inattuale, dell’inutile, dell’inclassificabile. È la volontà di non appartenere a nessuna categoria editoriale, accademica o politica. Solo l’urgenz di far circolare parole che non tornano, parole che fanno attrito. Come dicevamo: non informare, ma far girare la voce.
La scrittura non è verità ma potenza. I testi non sono argomentazioni ma zone di contatto. I concetti sono vivi finché sanno bruciare, non finché si lasciano ordinare.
Non ci interessa essere attendibili, coerenti, “giustз”. Ci interessa trovare un modo di parlare che non sia già una forma di compromesso. Un modo per restare vivз. O almeno non complici.
Se cerchi il Sapere™, compra un libro di testo. Se cerchi la Verità™, cambia algoritmo. Se cerchi una Risposta™, chiama tuo Padre™ – noi, intanto, lo ghostiamo.
G. K. Chesterton, Facts, truth and statistics, in «The Illustrated London News», 4/11/1905
W. Benjamin, Sul concetto di storia, Einaudi, 2025





